domenica 14 maggio 2023

SAN GEMINI: STORIA DEL PAESE MEDIEVALE

San Gemini, paese medievale in Provincia di Terni, trae le sue origini da un villaggio di epoca romana di nome Casventum. E' probabile che agli albori della sua esistenza il paese fosse non tanto un municipium o una civitas, riconoscimento riservato solo alle più importanti città dell'Impero, che disponevano della struttura urbanistica tipica delle città romane, con al centro il foro, la piazza principale, attraversata da sue strade rettilinee, una con orientamento nord-sud, il Cardus maximus, l'altra con orientamento est-ovest, il Decumanus maximus, quanto un oppidum, ossia un piccolo villaggio privo del confine sacro, la linea del pomerium, come invece accadeva nella civitas e nel municipium.

Il municipium, la civitas e l'oppidum, dipendevano tutte politicamente dall'Urbe, ossia Roma, capitale dell'Impero.

Il villaggio di Casventum fu edificato lungo la Via Flaminia, importante via di comunicazione che giungendo da Roma, Faleri Novii (Civita Castellana), Ocriculum (Otricoli) e Narnia (Narni), arrivava a Fanum Fortunae (Fano), per poi venire prolungata fino ad Ariminum (Rimini). Oggi nel centro storico di San Gemini, la Via Flaminia è identificabile nel percorso di Via Roma - Via del Tribunale, entrando in paese dalla Porta del Sale (o Portella), prima porta d'accesso del borgo medievale.

Il villaggio di Casventum venne quasi completamente distrutto nell'882, a causa delle scorrerie dei Saraceni. Oggi dell'antico villaggio rimangono i resti di una tomba romana, chiamata la Grotta degli Zingari, e di una domus romana scoperta negli anni Cinquanta in Via del Tribunale con atrio e impluvium, purtroppo al momento non visitabile.

Nel 1233 l'Imperatore Federico II di Svevia, al fine di sottomettere i territori pontifici al Sacro Romano Impero, provocò delle scorrerie distruggendo molti castelli umbri. Tra questi vi fu San Gemini, oltre ad esempio a Castel dell'Isola, borgo di cui oggi rimane un tratto di muro lungo la SS3 Flaminia, per conto della ghibellina Terni. Con la sconfitta di Federico II, Terni divenne guelfa e Narni ghibellina.

Narni tentò di sottomettere San Gemini al suo dominio attaccandola, ma Papa Urbano IV la convinse a desistere.

Nel 966 quando l'imperatore del Sacro Romano Impero Ottone I donò le terre conquistate al Conte Arnolfo, nacque il feudo delle Terre Arnolfe, che comprese i castelli di San Gemini, Spoleto, Acquasparta, Portaria, Poggio Azzuano, Cesi, Macerino, Firenzuola, Scoppio, Appecano, Acquapalombo e Porzano.  Nel 1328 scese in Italia Ludovico il Bavaro, nel tentativo di riconquistare le Terre Arnolfe ai ghibellini, e nello stesso anno, mosse da Todi alla conquista di San Gemini, imponendo un Podestà esterno, tale Francesco Chiaravalli, esponente della fazione ghibellina di Todi, cui erano contrapposti i guelfi Atti.

Todi assalì San Gemini coadiuvata da Ludovico il Bavaro, ma le truppe tuderti vennero a loro volta assalite sulla strada per il ritorno. Nel tentativo di risolvere la condizione sfavorevole, San Gemini inviò al cospetto del Papa, residente ad Avignone, tale Tuccio di Tuccio Fadulfi per portare le proprie rimostranze.

Il tentativo non ebbe successo, e nel momento in cui i sangeminesi si ribellarono alle imposizioni tuderti, le sanzioni vennero aumentate. Il ghibellino Stefano Colonna non riuscì a proporre una mediazione tra San Gemini e Todi, riconoscendo infine a quest'ultima il dominio sui sangeminesi, ma il Papa riconobbe ancora l'autonomia di San Gemini.

Il Trecento vide l'insorgenza di aspre lotte tra i guelfi e i ghibellini: nel 1352, il ghibellino Giovanni di Vico, anche chiamato Prefetto di Vico, occupò Narni, Terni, Amelia e Orvieto ribellatisi al Papa, ma non San Gemini. Nello stesso anno il legato pontificio Egidio Albornoz riconquistò Narni e vi fece erigere la famosa rocca, mentre nel 1367 Piediluco si ribello all'Albornoz facendo distruggere la sua rocca, oggi ridotta in ruderi.

Nel 1368 Todi pretese da San Gemini la consegna dei pali e dei cavalli bardati arretrati, e minacciò ritorsioni. Il Papa accusò i tuderti d'insubordinazione e cacciò i Chiaravalle.

Nel 1395 il Pontefice Bonifacio IX Tomacelli nominò Fra Ludovico di Andrea come primo abate di San Nicolò di cui si abbiano fonti certe.

Nel 1400 San Gemini trattò il rientro dei Fuoriusciti, ossia di coloro che erano stati esiliati per aver commesso gravi crimini, con Giovanni Tomacelli, Duca di Spoleto. I Fuoriusciti vennero reintegrati nel 1401.

In questo stesso anno venne creata una giunta con l'incarico di punire i reati d bestemmia e gioco dei dadi, con una somma di quattro libbre da pagare al Cammerlengo. I cittadini fuggiti vennero disegnati impiccati sui muri della città, e di fatto esiliati. La pena di morte per i traditori era l'impiccagione, eseguita nella pubblica piazza. Il gancio ove venne appesa la corda per l'impiccagione è tutt'ora esistente nelle vicinanze della Chiesa di Santa Maria de Incertis (o Chiesa della Madonna di San Carlo).

Nel 1348 scoppiò una grave pandemia di peste nera, che giunse a San Gemini nel 1400.

Nello stesso periodo Papa Bonifacio IX, disinteressandosi del governo dello Stato Pontificio, lo delegò ai fratelli Giovanni e Andrea Tomacelli, che lo esercitarono in maniera dispotica.

Giovanni Tomacelli tentò di revocare le libertà comunali a San Gemini, mentre Paolo Paluzzi venne eletto Sindaco per difendere tali libertà. San Gemini e Amelia vennero condannati a inviare a Viterbo Sindaco e Balio, imposta dalla quale fino a quel momento erano stati esentati. Con la morte del Papa nel 1404, i Tomacelli vennero imprigionati a Napoli, e nello Stesso anno la sede papale venne trasferita a Viterbo.

Nel 1413 San Gemini venne invasa dal Re di Napoli Ladislao I, nel tentativo di conquistare i territori dello Stato Pontificio, ma con la sua morte il progetto svanì. San Gemini riconquistò la libertà comunale, ed elesse Giovanni Francesco Petruccioli come Podestà, ma questo se ne andò e venne sostituito da Paolo Orsini. Vennero edificate le mura castellane medievali, provviste di porte e bertesche difensive. Nel 1403 San Gemini venne invaso dalle truppe di Braccio Fortebraccio da Montone e del Tartaglia. Con la sottomissione di Terni, Narni e San Gemini si sottomisero spontaneamente.

Con il Concilio di Costanza Martino V e la sua corte lasciarono Viterbo. Nel 1423 Braccio da Montone morì in battaglia all'Aquila.

Spesso San Gemini si trovò al centro delle contese territoriali tra Spoleto e Todi, che nel Quattrocento era feudo della famiglia ghibellina dei Chiaravalle. Uno dei suoi esponenti, Matteo Chiaravalle, nel 1472 attuò delle scorrerie militari che devastarono le campagne intorno a Todi.

Tra le annose questioni che i sangeminesi si ritrovarono ad affrontare nel corso dei secoli, vi fu quella del Lebbrosario di San Bartolomeo, opponendosi ai continui tentativi di privatizzazione portati avanti da molti signori del territorio. Dopo un primo tentativo di usurpazione da parte del Cavaliere di Malta Gabriello di Bologna, vi furono altri tentativi in tal senso, poi interrotti per il momento dal breve di Papa Leone X, emanato nel 1515

Altra questione importante riguardò l'estensione del contado sangeminese, e in particolare la contesa con Cesi per il Castello di Poggio Azzuano.

Sin dal 1316 il castello venne assoggettato a Todi. Nel 1440, durante la discesa in Italia del Duca di Milano Francesco Sforza, vi si oppose il condottiero Niccolò Piccinino, con lo scopo di recuperare i territori conquistati. Il Piccinino inviò nel territorio di San Gemini un suo Capitano, il Furlano, che con l'appoggio delle truppe sangeminesi, espugnò Poggio Azzuano e lo distrusse, deportandone gli abitanti nel sito che da questi prese il nome di Poggiame. I poggiani furono molto devoti a Santa Caterina d'Alessandria, e costruirono una chiesa per onorarne il culto. Quando vennero deportati al Poggiame, ricostruirono quella che oggi è la Chiesa di Santa Caterina d'Alessandria, situata nel centro storico.

L'antica chiesa esiste ancora presso il Vocabolo Poggio Azzuano, in condizioni di rudere.

Nel 1443 giunse a San Gemini San Bernardino da Siena, morto all'Aquila l'anno seguente, e attualmente sepolto nella Basilica di San Bernardino. I sangeminesi, rimasti meravigliati dalla sua figura, gli dedicarono una chiesa, oggi sconsacrata e adibita a bar, in cui si possono ancora notare affreschi antichi, tra i quali uno raffigurante proprio San Bernardino.

Nel 1503 salì al soglio pontificio Papa Giulio II Della Rovere, che adottò una condotta benevola e conciliante verso San Gemini. Con un breve confermò ai sangeminesi il possesso di Poggio Azzuano e il governo del lebbrosario di San Bartolomeo. Ridusse inoltre a cinquanta ducati il sussidio pagato dai sangeminesi alla Camera Apostolica.

Nel corso del XVI secolo le lotte tra fazioni lacerarono le istituzioni comunali, e portarono alla loro inarrestabile decadenza. Il colpo di grazia al Comune giunse con le devastazioni dei Lanzichenecchi di Carlo V, dopo il compimento del Sacco di Roma, e la fuga del Papa Clemente VII de’ Medici a Orvieto.

Tuttavia San Gemini non venne saccheggiata dalle truppe imperiali, quanto dai Veneziani, comandati dal Capitano Francesco Maria Della Rovere, Duca di Urbino. Sorte peggiore toccò a Narni, duramente saccheggiata dalle truppe imperiali con il compimento di violenze. I saccheggi dei Lanzichenecchi portarono la peste, e molti cittadini sopravvissero mangiando cibi disgustosi, come i gatti.

Il Sacco di Roma lasciò il territorio di San Gemini nella completa desolazione, e non vi furono più i presupposti per far risorgere il Comune. Nel 1530 Papa Clemente VII cedette San Gemini ai fratelli Ferdinando e Giovanni Antonio Orsini.

Nel Settembre 1530 venne redatto un documento di accordo tra i sangeminesi e i nuovi governatori.

La Signoria si impegnò a non trasferire ad altri il governo di San Gemini, per contro i cittadini s'impegnarono a risiedere a San Gemini, pena la perdita della cittadinanza. I Signori concesse la libertà di utilizzare il pubblico forno e i pascoli, ma in cambio si arrogarono il diritto di punire arbitrariamente omicidi, falsi giuramenti e delitti.

Nel maggio 1531 Camillo Pierdonati, chierico di Spoleto, ottenne la proprietà dell'Abbazia di San Nicolò. Tuttavia Bartolomeo Cesi, Vescovo di Narni, si appropriò dell'abbazia in modo non convenzionale togliendola al Pierdonati, in contrasto con la bolla papale di Leone X del 1514.

La Signoria dei duchi Orsini sul feudo di San Gemini venne prorogata a tempo indeterminato da una bolla di Papa Paolo III Farnese del 1534, fino a quando non sarebbe durata la linea di successione maschile della famiglia. Nel 1540 venne fondato a San Gemini, presso il luogo in cui oggi si trova il cimitero comunale, il Convento di Santa Maria delle Grazie. Nel 1555 venne eletto Papa Paolo IV, il quale inviò commissari presso le varie comunità dello Stato Pontificio nell'intento di recuperare i beni ecclesiastici alienati.

La Chiesa di Sant'Egidio e l'Abbazia di San Nicolò vennero vendute alle Collegiate di San Pietro e San Gregorio di Spoleto, contribuendo alla loro rovina.

La Chiesa di Sant'Egidio venne trasferita alla proprietà delle monache del Convento di Santa Maria Maddalena, ma a causa delle decime imposte dai chierici di Spoleto, queste non poterono mai disporre dei fondi necessari a restaurare l'antichissima chiesa.

Nel corso del Seicento San Gemini beneficiò ancora del buon governo degli Orsini. Molti esponenti governativi furono intellettuali, formatisi presso l'Accademia dei Nuvolosi, importante istituzione dedicata alla formazione nel territorio, allo stesso modo dell'Accademia dell'Arcadia di Roma.

Nel 1723 il Duca Flavio Orsini, nonostante i patti stabiliti con la comunità, fu costretto a cedere il feudo di San Gemini per 13500 scudi a Scipione Publicola di Santacroce. Il duca giurò il mantenimento del feudo fino all'estinzione della linea maschile della dinastia. Nel 1740 venne istituito un nuovo ospedale a Narni per la cura di malattie contagiose. Ciò comportò l'abbandono del Lazzaretto di San Bartolomeo e dell'Ospedale di Santa Caterina, che caddero in rovina.

Le nuove generazioni di governanti non furono in grado di mantenere il giuspadronato sul Lazzaretto di San Bartolomeo, né di mantenere la proprietà di Poggio Azzuano, che nonostante fosse conteso tra i comuni di Narni e San Gemini, ad approfittarne alla fine fu Terni, comune terzo che riuscì a rilevare il castello ai due contendenti.

Nel 1720 il Comune, che non aveva mai perso la sua autonomia, venne ceduto dagli Orsini ai Santacroce, importante famiglia romana, il cui principale esponente fu Prospero Publicola Santacroce.

I Santacroce rinnovarono molto la città, abbellendola di splendidi palazzi e monumenti: fecero edificare il Palazzo Santacroce, oggi Grand Hotel San Gemini e lo fecero affrescare, fecero edificare una nuova cinta muraria e una nuova porta, denominata Porta Romana, principale porta d’accesso del centro storico.

Il feudo dei Santacroce resistette all’abolizione dei diritti feudali imposta nel 1806 dal nuovo Cosice Civile Napoleone, fino a quando nel 1820, gravati dai debiti, Francesco Santacroce si vide costretto a cedere il feudo al controllo diretto della Camera Apostolica, fase che coincise con l’inizio di un periodo di declino.

Negli anni Venti del XIX secolo sostò a San Gemini Antonio Canova, proprio nel palazzo sopra Piazza. San Francesco a lui dedicato. Nel 1859, durante la ritirata da Roma, passò per il paese Giuseppe Garibaldi.

Nel 1899 venne fondata l’Acqua Minerale Sangemini che, da quel momento, divenne un marchi insostituibile, che rese famoso il paese in Italia e in Europa.

LA FESTA PATRONALE È LA GIOSTRA DELL’ARME

Quanto alle tradizioni folkloristiche, San Gemini era da sempre distinto in fazioni, a seconda delle quattro principali chiese di ci, due dentro le Mura, Sant’Egidio e San Giovanni e, altre due, fuori dalle Mura, San Francesco e San Nicolò.

Da questa storica suddivisione nacquero i festeggiamenti per il Patrono San Gemine, celebrato il 9 Ottobre di ogni anno. Le due porzioni poste all’interno del centro storico medievale, Sant’Egidio e San Giovanni, vennero fuse nel Rione Rocca, e le due fuori dal centro medievale, San Nicolò e San Gemine, vennero fuse nel Rione Piazza.

Le rievocazioni folkloristiche in onore del Santo Patrono iniziarono a partire dal 1970, anno in cui vennero realizzati i primi Giochi Rionali, che si tenevano solo nei fine settimana.

Nel 1973 venne fondato il Gruppo degli Sbandieratori di San Gemini, vero vanto della cittadina, con esibizioni in tutto il mondo mentre, l’anno seguente, nel 1974, ebbe inizio la vera e propria rievocazione cavalleresca della Giostra dell’Arme.

Per la prima volta la festa iniziò ad assumere la connotazione moderna che conosciamo. Si svolge in un periodo di due settimane, ha inizio d8 Sabato, fino alla Domenica appena successiva al 9 Ottobre.

Durante il periodo si tengono manifestazioni, mostre e rievocazioni, come la Pesatura dei Ceri, ossia l’offerta che nel Medio Evo, le famiglie facevano al Santo, nel giorno a lui dedicato, pesando il proprio cero in funzione dell’importanza della famiglia. Tra le famiglie originarie di San Gemini, vi sono i Fadulfi, gli Astolfi e i Lamperini. Di queste solo gli Astolfi hanno attuale discendenza.

Il giorno dedicato al Santo, il 9 Ottobre, si svolge la mattina la Santa messa, alle 16.00 la Processione e infine, a Mezzanotte, i fuochi d’artificio.

L’ultimo Sabato della festa, giorno prima della Giostra, che si tiene sempre di domenica, si svolgono il Corteo Storico, ove sfilano tanti costumanti vestiti da Cavalieri, Damigelle o Popolani mentre, il pomeriggio, si tiene in piazza lo spettacolo degli Sbandieratori di San Gemini.

Successivamente poco prima di cena il Corteo Storico fa il suo ingresso in Piazza San Francesco, e la serata si conclude verso le 20.00.

La domenica é il giorno della Giostra dell’Arme, competizione cavalleresca nata proprio nel 1974 tra i due rioni Rocca e Piazza. Ogni Rione ha a disposizione tre cavalieri, che partono alternati, come alternato é l’ordine di partenza. Il tempo di percorrenza e l’ordine dei cavalieri viene deciso dalle società il giorno delle prove generali. Anche il tempo massimo di percorrenza si decide in questa occasione.

Ogni Rione deve compiere tre tornate e, alla chiamata, ogni cavaliere deve entrare in campo entro due minuti, pena una riduzione di venti punti. Il cavaliere deve percorrere il campo entro il limite di tempo prestabilito alle prove, senza cadere, e senza atterrare paline che delimitano il bordo esterno della corsa, pena una riduzione del punteggio.

I cavalieri utilizzano un giavellotto e devono compiere due giri di campo. Al primo devono prendere l’anello che vale quindici punti e, una volta dinanzi allo scudo, devono scagliare il giavellotto contro lo scudo e, in base al settore dove questo si infilerà verrà assegnato un punteggio.

Alla fine di ogni tornata si assegna un punteggio parziale mentre, alla fine della terza tornata, si sommano i valori delle tornate precedenti e si vede quale rione ha totalizzato più punti. Alla fine del calcolo, vince il rione che ha totalizzato più punti.

La festa termina con il Bando di Vittoria, scritto dal rione vincitore con l’intento d’indirizzar è un discorso satirico, ma sempre rispettoso, verso la fazione sconfitta.





Veduta generale del centro storico di San Gemini

Fonte: Egidio Antonio Milj, L'ANTICA CITTA' DI CARSOLI IN CASVENTINO ORA S. GEMINO (XVIII secolo), edito da Franca Giffoni Mosca nel Dicembre 2006

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